Mission Impossible

metro

Dai che stamattina sono figa, talmente figa che sarà lui a venire da me. Fermo al binario, mi vedrà arrivare da lontano, nello spostamento d’aria sentirà il mio irresistibile profumo, Eau De Erboristerie, 10€ a boccetta, i miei capelli luminosi faranno shiash mentre gli passerò vicino e il mio rossetto tonalità ibiscus, così dice sulla confezione, lo attirerà senza che lui possa fare altro che cadere ai miei piedi, seguirmi fino alla mia carrozza e attaccare bottone con me. Che però resterò impassibile e me la tirerò un casino. Poi, solo dopo averlo fatto genuflettere alla mia figaggine da femme fatale, gli concederò di offrirmi un caffè. Dai, dai che sono figa, dai che stamattina andrà esattamente così. Dai.
Questa sono io.
Io che mi motivo.
Io che corro verso la fermata della metro alle ore 7:05 del mattino.
Cioè, in realtà sono le 7:15. Sarebbero dovute essere le 7:05 e con ogni probabilità lo sarebbero state. Sì. In un’altra vita. In un altro universo, uno parallelo nel quale io non solo non sono perennemente in ritardo e quindi di corsa, ma sono addirittura puntuale, talvolta perfino in anticipo, ma soprattutto molto molto figa, magra e senza ansie. Il problema è che vivo in questo universo. E in questo universo io non sono figa, non sono magra e non sono puntuale. Ma manco per il cazzo. Quindi sono qui per strada che copro a passo sveltissimo la distanza tra casa mia e la stazione della metro. Sono certa che se mi cronometrassi di sicuro batterei qualche record che Bolt levati proprio.
Tra me e quella metro, tra lei e l’aria gelida che mi entra in gola, c’è un semaforo eterno. Ecco, corro sì per prendere la metro, ma prima ancora corro sperando di svoltare l’angolo e scoprire che quel semaforo sia verde. Se lo becco rosso, perdo la metro per un minuto, ne devo aspettare altri lunghissimi due e fare sei fermate pregando di arrivare in stazione in tempo per il treno. Fino a questo momento ce l’ho sempre fatta. Trafelata e ansiata, ma ce l’ho fatta ogni mattina.
Arrivo al binario giusto un paio di minuti prima del mio treno. E lui lo trovo sempre già lì, tutti i giorni, il ragazzo del treno, dico, il mio pensiero felice. Sia all’andata che al ritorno. Ed è bellissimo.
La missione per i prossimi quattro mesi è una soltanto: prendere coraggio e salutarlo.

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