La mia vita è un inferno: di calzini, ritardi e ansie generiche.

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Cinque mesi da pendolare non sono evidentemente sufficienti per affinare una tecnica elementare che mi permetta di non essere in ritardo tutte le mattine.
E quando dico tutte, intendo proprio tutte.
Se quindi affinare la mia tecnica (tipo alzarmi un’ora prima o non stare mezz’ora a fissare l’armadio per poi mettermi comunque sempre la stessa roba) non è fattibile, ció che invece posso fare per rimediare ai miei ritardi è metterci una pezza. Ovvero: provare a racimolare dieci secondi qua e venti secondi là, tutto allo scopo di riuscire a prendere la metro delle 7:15, l’ultima utile per arrivare al treno senza morire di infarto.
Per esempio: uso il calzascarpe per fare più in fretta mettendoci 0,3 secondi netti per infilarmi le scarpe, prendo il tè mentre mi preparo in bagno e la sera lascio le chiavi di casa vicino alla porta, così da non doverle cercare per mari e per monti prima di uscire la mattina (true story, alla fine erano in tasca).
E poi ho scoperto che se mi trucco in treno riesco a guadagnare ben cinque minuti.
Ora, partiamo da un assunto base: sono molto vanitosa. Non si direbbe, dato che per lo piú mi vesto, anzi, mi copro di sciatteria e non curanza, ma quelle due/tre cosine alle quali sto attenta ce le ho. Sì, potrei fare meglio e applicarmi di più, avete ragione, avete tutti ragione. Ma non vi sembra di pretendere un po’ troppo da una che in questo momento della sua vita fa già fatica a fare il suo?
Insomma, dicevamo, se mi trucco in treno, guadagno cinque minuti. Ma non si può fare questa cosa. O meglio, si potrebbe se non esistesse il ragazzo del treno. Io e la mia vanità, già in partenza non baciate da quella stronza di Madre Natura, non possiamo arrivare al binario con le occhiaie mentre lui splende con la forza di mille soli nonostante siano solo le sette del mattino e abbia ancora le caccolette agli occhi (non lo so, dico per dire, immagino le abbia anche lui come noi comuni mortali, ma non gliele ho mai viste, per fortuna). Dunque, questa cosa del truccarmi sul treno è infattibile.
Eppure.
Anche Galileo ha dovuto dire almeno un eppure in vita sua, vuoi vedere che non tocca pronunciarlo anche a me, prima o poi? Quindi, eccolo qui: eppur mi capita! Mi capita di avere un bisogno vitale di quei cinque minuti e di buttarmi nello zaino il borsello coi trucchi, uscendo di casa come una che scappa con la grazia dell’ippopotama di Fantasia da un’apocalisse zombie.
Come stamattina, appunto.
Ho corso per strada tirando di nuovo fuori il piccolo, timido e più che altro pigro Bolt che è in me che, come avrete capito, viene allo scoperto solo in questi momenti di necessità strettissima (anche se un mio amico sostiene che correre per prendere un mezzo sia un fatto estremamente volgare).
Insomma, basta parentesi, torniamo a noi. Sono lì che corro e per motivarmi inveisco contro i -moltoprobabilmente- cinesi e sfruttatori produttori dei calzini che porto, quelli maledetti, invisibili, antisesso, che lasciano la caviglia scoperta, l’illusione di non indossarli e un incredibile istinto omicida insoddisfatto. Sì, perché, e qui parte un saggio sui calzini invisibili, i suddetti, nonostante la fascetta di silicone che dovrebbe assicurarli al tallone, in realtà dopo il terzo passo si sono già arrotolati e ammucchiati nella punta della scarpa.
E quindi niente, sono lì che corro, prego e inveisco, struccata e coi calzini arrotolati. E nonostante tutto questo, perdo la metro delle 7:15, quella delle 7:17 e sono costretta a prendere quella delle 7:19. Che vabé, direte voi, ma che ti cambiano due minuti? Cambiano!, se il treno parte alle 7:30 da una stazione a sei fermate da dove mi trovo io mentre impreco.
Quindi scendo dalla metro che sono le 7:28, ho praticamente meno di due minuti per arrivare al binario, tento il tutto per tutto. E improvvisamente sono dentro Sliding Doors: arrivo al binario che il treno è lì, sono tutti già saliti e il capotreno sta fischiando. Io, degna di un’eroina dei migliori melodrammi tragici, strillo “eccomi, eccomi, aspetta!“. Quello mi guarda tra il sorpreso e il compassionevole.
Non appena salgo, mi fermo subito dopo i gradini. Sono in mezzo alle due carrozze, mi guardo a destra e a sinistra perché so quello che sto per fare e spero di non essere vista dal ragazzo del treno, almeno da lui. Non lo intravedo da nessuna parte. Allora, con la femminilità che notoriamente mi appartiene, quindi assolutamente nessuna, mi appoggio con una mano a quella specie di fisarmonica che sta tra i due vagoni, tiro su un piede sfidando la forza di gravità in una faccenda di equilibrismo che non è consigliabile applicare su un treno in movimento, e con l’altra mano mi tolgo una scarpa per sistemare quello stracazzo di calzino. E in tutto questo, non ce lo dimentichiamo, sono struccata.
A questo punto, è un attimo. Un timidissimo scusa proviene dalle mie spalle e io penso ma cazzo, ma proprio qui e ora dovevi passare tu, chiunque tu sia, anima prava?. Non è necessario dire che l’anima prava che ha deciso di mettersi tra me e quel calzino attorcigliato è, ovviamente, il ragazzo del treno. Mi scanso con una scarpa in mano e lui, passando, porta via con sé quell’ultimo infinitesimale barlume di dignità che mi era rimasta, la sento sgretolarsi e polverizzarsi mentre si allontana.
Mi infilo la scarpa augurando la morte ai produttori di quei calzini e anche a me per averli comprati e alla commessa per avermeli venduti.
Mi trucco e poi per tutto il resto del viaggio provo a darmi una calmata.
Poco prima dell’arrivo mi alzo per avvicinarmi alle porte, lo faccio tutte le mattine per non restare incastrata nel fiume di pendolari che abbandonano il treno.
E mentre attraverso le due file di sedili, ecco il Karma che, puntuale, mi restituisce il favore: il ragazzo del treno sta dormendo con la bocca aperta.
E sbava anche un po’.

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Cercarsi e trovarsi.

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Non sento lungo e pesante il tragitto da casa a lavoro, il più delle volte.
Certe altre, invece, mi pare eterno.
Specie in quelle mattine in cui faccio fatica a svegliarmi, davvero fatica.
Sono i giorni in cui mi passa ogni entusiasmo o romanticismo e il ragazzo del treno non lo vedo nemmeno, giorni dei quali porto a casa con me solo stanchezza e ansia e stress.
Ecco, questo mese di silenzio è stato pressappoco così.
Tante storie mi sono passate davanti e di gran parte mi sono detta ‘le racconterò‘, ma così non è stato, complici anche la mia forte incostanza e quell’esasperante inclinazione alla noia che mi caratterizzano.
Rifletto spesso, comunque, su ciò che senza dubbio rappresenta l’aspetto più interessante dei viaggi da pendolare, che è questa polarizzazione degli accadimenti in due principali nuclei: quelli che si ripetono e quelli che succedono una volta e basta. E ho difficoltà a dire quale delle due categorie sia la più affascinante.
Di certo, nei giorni in cui mi sento più trascinata verso l’abitudine, sono i primi a colpirmi di più, i fatti che si ripetono ogni giorno.

Avranno quindici, sedici anni al massimo. Si aspettano ogni mattina tra due pilastri nella penombra della stazione del metrò alla quale scendo una volta giunta alla mia destinazione, qualche passo prima di risalire in strada ed entrare a lavoro.
Il più delle volte è lei che aspetta lui, che comunque non tarda ad arrivare. Indossano jeans e portano zaini mezzi vuoti e penzolanti dietro le spalle, tengono in mano i loro telefoni. Le forme dei loro volti non sono bianche.
Non appena si vedono da lontano si sorridono, soprattutto con gli occhi. Si vengono incontro e si abbracciano di un abbraccio leggero, che appena si sfiorano. Non si stringono, non si lasciano andare a baci travolgenti. Si toccano appena, le loro labbra si incontrano con discrezione, si accarezzano come si fa con le cose fragili. Compiono gesti pacati e misurati, ma lo fanno in modo continuo, cercandosi come se si stessero ancora aspettando, come se la ricerca dell’altro non finisse pur avendolo tra le braccia.
Passano insieme un paio di minuti tutt’al più, ridono e si sorridono tanto.
Poi si separano di nuovo per andare in direzioni opposte.
Si ritroveranno domani mattina.

Di birrette, voyeurismo e altre sciocchezze.

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Per ogni su c’è sempre un giù, per ogni men c’è sempre un più e questo il mondo fa girar. 
Così cantava Mago Merlino a Semola ne La spada nella roccia, rivelandogli i grandi segreti dell’esistenza umana.
Così canticchio io nella mia testa quando ogni sera alle 18:45 salgo sul treno di rientro. Nella versione pendolare della canzone, per ogni andata c’è sempre un ritorno. Del resto, che pendolare sarei altrimenti?
I rientri sono sempre meno interessanti delle andate. Probabilmente è perché al mattino tutto deve ancora manifestarsi, tutto deve ancora accadere, hai ancora la vana speranza che ogni cosa funzioni per il meglio. La sera è tutto già successo e se è andato in merda puoi solo provare a metterci una pezza. Al mattino la gente è, sì, più assonata, ma sicuramente più fresca, rilassata, più se stessa. La sera invece ci si porta dietro il fardello delle ore di lavoro sostenute, giornate che apparentemente non si chiudono con l’uscita delle 18:00 ma che continuano anche sui treni con email, telefonate, scleri. Ecco, gli scleri caratterizzano i ritorni molto più che le andate.
Il mio ritorno principalmente ruota intorno al ragazzo del treno. Che però a quell’ora si dà appuntamento con altri due ragazzi/pendolari e insieme aspettano il treno bevendo delle birrette. Che è una cosa fichissima. Ma mi frustra perché dimezza le mie possibilità di attaccarci bottone.
Inoltre, quel quarto d’ora in cui mi ritrovo ad aspettare il treno è il lasso di tempo durante il quale, in maniera mistica, tutta la stanchezza della giornata comincia a farsi sentire. La immagino una cosa tipo la discesa dello Spirito Santo. Piano piano sento le palpebre farsi man mano più pesanti, le spalle incurvarsi un po’, la testa smettere di ragionare. Salgo sul treno totalmente alienata e prendo posto.
Se all’andata sono più concentrata su me stessa, sulla musica che ascolto, sui libri che leggo, al ritorno non faccio niente di tutto questo e in maniera del tutto casuale, sto semplicemente seduta a provare di sgombrare la mente.
Ieri sera c’era seduto accanto a me il Michael Fassbender dei poveri.
Ora, chiariamoci subito. Questa definizione non vuole essere offensiva. Mi serve solo per farvi capire il tipo. Ossia, un bel ragazzo dalla chioma fulva che assomiglia a Fassbender. Assomiglia. Stop.
Anche lui è un viso familiare ormai, fa parte di quella schiera di pendolari che incrocio ogni mattina e ogni sera.
Questa cosa di incrociare sempre la stessa gente e di condividere con loro parte della mia giornata istiga la voyeur che è in me.
Mi è impossibile non notare i volti che riconosco e mi risulta ancora più difficile non fantasticare sulle loro vite. Così tanto che quando mi capita l’occasione di coglierne una parte, non mi tiro indietro. Posso definirlo il mio guilty pleasure.
Del resto, capita a tutti, no? Quando siamo su un treno è molto difficile non farsi i fatti altrui, diciamocelo. E tutti noi di fronte a questa cosa rimaniamo spaccati in due metà: la metà che ammette che sia così e quella che finge che non sia così. Ora, però, diciamocelo: in treno origliamo tutti. C’è da dire che è quasi impossibile non farlo, dato che il più delle volte ci si trova inevitabilmente a portata d’occhio o d’orecchio e non si può fare altro che vedere o sentire.
Spesso origliare può voler dire anche lasciar cadere l’occhio su una rivista, sul libro che il nostro compagno di viaggio sta leggendo, sulla mail che sta mandando o, come in questo caso, sui messaggi che sta ricevendo.
Specie se questi messaggi contengono esplicite fotografie di nudo femminile.
Esatto, il nostro Fassbender dei poveri, ieri sera riceveva questa sfilza di foto ammiccanti e sminnate da una tizia.
E improvvisamente ho realizzato che non ero la sola voyeur della fila 11. Eravamo in due. Solo che lui si trovava in questa situazione di mezzo in cui era il voyeur ma era anche l’oggetto del mio voyeurismo.
In tutto ciò, la sua unica risposta alla tizia è stata: queste tue foto sono di gran lunga la cosa più bella di tutta la giornata. E varie faccine coi cuori.

Interviste pendolanti

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Tra pendolari, si sa, esiste questa silenziosa solidarietà.
La stessa che ti fa cedere il passo all’altro mentre si è in fila per salire sul treno.
La stessa che non ti fa dire “hey, abbassa la voce!” mentre il tizio accanto a te sclera al telefono dopo una giornata di lavoro.
La stessa che ti fa compatire l’altrui sbadiglio della mattina.
Il più delle volte non ci parliamo, ci limitiamo a osservarci silenziosamente.
Ma il web serve a questo, a poterci trovare, conoscere, confrontare. E soprattutto, serve per condividere.
Ho scoperto un vivissimo sottobosco di blogger-pendolari che come me hanno deciso di condividere le loro storie.
Tra questi, Pendolante mi ha fatto qualche domanda e io le ho risposto molto volentieri.
Pendolante usa una citazione di Bergonzoni in apertura del suo blog: il treno è storie, ma anche geografie.
E meglio di così non poteva dirlo perché ci sediamo a raccontare.
Insomma, tutto questo per dire che dovreste visitare il suo blog.
E, se siete curiosi di sapere cosa mi ha chiesto e cosa le ho risposto, qui trovate la mia intervista, della quale sono orgogliosissima.

Eravamo io, Arturo Brachetti e un contrabassista.

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Alla fine è successo.
Io stessa sono incredibilmente colpita dalla faccenda.
Fatto sta che è successo.
Sono le 7:05 e io sono in orario.
Cioè, no, un attimo. Ora vi spiego una cosa.
Io in realtà nella mia mente sono molto ordinata e precisa. Nella mia mente sono sempre stata abilissima a calcolare i tempi minimi o quanto meno giusti per arrivare senza problemi dove devo arrivare. Il mio grande problema poi è il passaggio dalla mente ai fatti.
Insomma, ho calcolato che per prendere il treno senza sfiatarmi o ansiarmi (ansiare è e sarà il verbo più usato in questo blog, alla fine dell’anno gli consegnerò una targa con tanto di scoppio di coriandoli, champagne e bandierine presidenziali), dovrei uscire di casa al massimo alle 7:05. Sia chiaro, questo calcolo non concede imprevisti. Vuol dire che secondo questo calcolo non posso perdere neanche un secondo, il lasso di tempo è quello preciso preciso per uscire di casa e arrivare al treno senza che possa esserci niente che mi faccia indugiare, nemmeno una cacchetta di cane da scansare sul marciapiede lungo il tragitto.
Quindi, già non è un calcolo che lasci spazio a manovre temporali di alcun genere. Se in più mi macchio la maglia lavandomi i denti, per esempio, è un casino. A trent’anni suonati e risuonati non ho ancora imparato a lavarmi i denti senza sbrodolarmi, sì. Quindi ho imparato che mi lavo i denti prima di mettermi la maglia. Insieme a tutta una serie di altri movimenti che sto tutt’ora imparando a misurare con precisione sciamanica.
Per esempio. Sveglia, bagno subito. Té, bagno ancora. Zaino, bagno di nuovo. Faccio tutte le mie cosine senza portarmi dietro il telefono e quindi senza controllare l’ora.
La cosa che mi piace dell’alzarmi presto, se proprio devo dirne una (e fatico parecchio a scovarla) è il silenzio. Sarà banale, ma vi giuro che c’è un silenzio in casa mia bellissimo. Riesco a sentire i miei pensieri e i miei movimenti, tanto c’è silenzio. Io, che ho la femminilità di un cigno ferito e la grazia dell’elefante che si dondolava sopra il filo di una ragnatela, mi muovo in quel silenzio (o almeno, così a me pare) come sul morbido, senza fare rumore. E questo mi permette di sentire tutti i rumori altri, quelli fuori da me, quelli oltre le mura di casa mia.
Alle sette meno dieci, per esempio, il comodino dell’inquilino del piano di sopra comincia a vibrare. Perché sul suo telefono suona una sveglia, immagino. In pieno giorno, col casino delle vite e della città, non lo sentirei nemmeno.
Di mattina, invece, non solo lo sento, ma ho ormai imparato a farne un punto fisso sulla mia tabella di marcia. Tendenzialmente, quando sento quel rumore, significa che ho ancora dieci minuti per stare in bagno e poi altri cinque per mettermi i jeans, una maglia, le scarpe e uscire. Ecco, di solito quelli critici sono sempre questi ultimi cinque minuti, durante i quali sembro Arturo Brachetti che si trasforma, mi spoglio e mi rivesto alla velocità della luce senza mai riuscire a trovare nel mio armadio qualcosa che mi soddisfi. La scelta alla fine ricade sempre sulla cosa che ho addosso nell’istante in cui mi rendo conto che è ormai davvero troppo tardi per provarne ancora un’altra. E quindi prendo ed esco.
A tutto questo aggiungiamo sempre l’ansia da il ragazzo del treno sarà sempre molto bello e io sto uscendo come una scappata di casa. Tieniamolo sempre come punto fermo.
Il che mi fa tornare all’inizio del post. Sono le 7:05 e io misteriosamente sono in orario, diciamo. Per stare serena proprio sarebbero dovute essere le 7:00, ma accontentiamoci, no?
Arrivo al binario calma e rilassata. Mi assicuro di posizionarmi in corrispondenza del display che segnala il numero della mia carrozza. E poi mi guardo intorno.
Come se qualcuno usasse uno specchietto per far riflettere una luce, lo vedo qualche pendolare più in là, il ragazzo del treno. Sempre con le cuffie ad ascoltare non so che musica. Torno con lo sguardo al binario. E con la coda dell’occhio mi accorgo che si è voltato a guardarmi. Anche io mi volto di nuovo verso di lui. Lui scatta e guarda da un’altra parte.
Quando qualche minuto dopo arriva il treno stiamo ancora facendo questo gioco. Ci guardiamo mentre l’altro non guarda. Poi, ancora una volta appena prima di salire. Lui è alla 8, io alla 6.
Quando arrivo al mio posto, il sedile è occupato da un’enorme custodia. Credo ci sia dentro un contrabasso.
Di fronte c’è un ragazzo. Gli chiedo se sia suo. Lui alza gli occhi dal telefono e mi chiede:
– Sì, ti dà fastidio?
– No, per carità, fastidio no. È che quello sarebbe il mio posto.
Mi guarda come a dire “cosa vuoi che faccia?”.
Sono un po’ confusa. Non è un po’ un cliché un musicista sul treno? Quanti altri cliché incontrerò nei prossimi mesi?
Il posto accanto al contrabasso è vuoto. Gli chiedo se almeno posso sedermi lì.
– Sì, certo.
– Però se arriva uno con la prenotazione devo spostarmi eh.
Non mi risponde. Digita un numero sul telefono.
– Papà, sono Michele, volevo farti gli auguri di buon compleanno di prima mattina.
Sorride.
– Il preludio era molto difficile, non sono stato molto intonato. Dai, và, come ti senti questa mattina? Tra l’altro c’è stato un equivoco, l’albergo l’ho dovuto pagare io alla fine. Ma non potevo fare altrimenti.
Silenzio.
– Io adesso come arrivo vado a provare, caso mai stasera chiamo di nuovo.
E attacca.
Insomma, il cliché del musicista che viaggia in treno me lo aspettavo un po’ più maledetto, bello e dannato, quelle cose lì.
Sono un po’ delusa.
Col pensiero corro a tra un mese, circa, quando anche io farò la stessa telefonata per fare gli auguri di buon compleanno a mio padre.
Ché qui parla una pendolare, sì, ma anche una fuori sede.
Mi metto le cuffie e parte Il bandito e il campione di De Gregori.
Continuo a pensare che la storia del musicista sul treno sarebbe dovuta essere più avventurosa. E invece sono qui che non ci penso già più mentre mi domando cosa stia ascoltando il ragazzo del treno.

 

La mora e la bionda: una vita da pendolari.

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Sono in due, sedute di fianco a me, una di fronte all’altra. Una bionda, capelli mezza lunghezza senza impegno, vestita di nero, armeggia con una specie di catenaccio argentato. L’altra mora, caschetto sbarazzino da me la credo un casino, indossa un discutibile gonnellone di velluto a fiori blu e viola che fa un misto fashion victim senza darlo a vedere troppo e radical chic underground. Entrambe sui 45. Chiacchierano da prima che io salissi, lavorano insieme, sono pendolari, si conoscono da anni.
La mora fa alla bionda:
– Cos’è quel coso?
– É una specie di collana che volevo mettere sopra il tristume che ho indossato stamattina.
L’altra la guarda un po’ schifata. Allora la bionda riprende:
– Molto bella la tua gonna.
– Ti piace? Grazie!
Nessuna delle due pare granché convinta. Poi la mora fa, più o meno senza respirare mai:
– Ieri sera, tornando, mi sono resa conto che oggi mi scadeva la pasta sfoglia. Avevo gli spinaci in congelatore, le uova, tutto, allora mi sono detta mi fermo al discount e compro una ricottina. Sono tornata a casa e Piero stava già spadellando, Marta stava mangiando del pane di segale con salmone affumicato, buonissimo, glielo prendo sempre al discount. Sabato Marta va a sciare. Piero deve lavorare perché lunedì deve andare a Parigi a presentare il budget, io devo andare a farmi i piedi, poi domenica andiamo alle terme in corso Vittorio, solo io e lui, tanto Marta torna dopo le sei. Che stress, non mi fermo mai. Oltretutto, di domenica alla terme ci sarà un sacco di gente.
La bionda la guarda sgomenta, incerta, attonita. Poi prova a dire qualcosa e le esce una frase tipo:
– Sempre meglio la tua domenica della mia, tra bambini di cinque anni alla festa di Irene.
– Chi è Irene?
Imbarazzo generale.
– È mia figlia.
Silenzio. Si fissano.
La moracaschetto china il busto in avanti e sussurra:
– Vado a salutare una alla carrozza 6, ché siamo quasi arrivati.
E si dilegua.
Alla 6, il ragazzo del treno sta leggendo un libro di Oscar Wilde. Lo teneva in mano già sul binario.
 

La solitudine feat. Laura Pausini

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Il mood della mattina, anche grazie al malessere diffuso e generale causato dalla neve, è il treno delle sette e trenta senza lui è un cuore di metallo senza l’anima. Con tanto di struggimento interiore che l’adolescente che ho sepolto dentro di me si sta un attimo vergognando.
Tutto ciò perché sono arrivata al binario e lui non c’è.
Salgo sul treno pensando che stamattina sono pure ben pettinata e vestita in modo che non sembri necessariamente ch’io mi sia lanciata addosso indumenti senza alcun senso. E penso anche che debba esserci da qualche parte un’energia karmica a regolare questo meccanismo esistenziale per il quale lui è sempre lì bello come la luce del sole mentre io sembro scappata di casa. Quando poi riesco misteriosamente a darmi una parvenza dignitosa, lui ovviamente non c’è.
Ho appena preso posto e sto scartando una goleador alla liquirizia, quando una coppia sulla quarantina occupa i sedili accanto al mio. Tutti e tre. Loro sono in due. La terza entità è questo ammasso di bagagli che, boh, non so come definire.
Ora, io lo dico e lo ribadirò più e più volte: sono una persona superficiale, quindi le scuse manzoniane coi lettori le salto e lascio libera tutta suddetta superficialità.
Dunque, lei è tipo la signorina Rottermeier, con gli occhi a fessura e questi capelli con colpi di sole decisi ma di classe.
Lui invece. Lui. Lui indossa orgogliosamente un auricolare bluetooth e ha le sopracciglia ad ali di gabbiano. E tanto mi basta per presumere che da qui in poi stiamo praticamente prendendo a calci un uomo già steso a terra.
Insomma, arrivano, si sistemano, si siedono.
Lei non dice nulla.
Lui invece. Lui. Lui è tutto un “amò, vuoi la sciarpa?”, “amò, vuoi la caramella?”, “amò, sei comoda?”, e così via. Lei non risponde gran parte delle volte e se lo fa per lo più grugnisce. Lui, niente, non ce la fa, tenta in ogni modo di scioglierla, le allunga perfino del burrocacao e un cioccolatino, ma lei nulla, granito.
Lui batte ritirata, si ammoscia sconfitto sul suo sedile. È corrucciato, affranto, tormentato. Poi, d’improvviso, l’epifania! Sorride come se avesse avuto l’intuizione del secolo. Sa come riconquistarla. Allunga la mano sul tavolino per toccare quella di lei e con l’espressione beota di chi ha appena sbagliato il rigore decisivo alla finale della coppa del mondo convinto però di averlo segnato le fa:
– Hai visto come ti teme mia figlia?
– Sarà meglio!!! – strilla lei, così, di colpo.
Lui si avvicina l’indice alla bocca per suggerirle timidamente di abbassare la voce. Allora lei prende a sussurrare, ma quel tipo di sussurro urlato:
– E sia chiaro, tu da questo momento e per i prossimi quattro giorni il telefono lo spegni, chiaro? Che sia chiaro!
Noto a questo punto che lui ha la fede al dito e lei no.
Fuori scorre la pianura innevata. E dentro c’è il gelo.